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Dopo il racconto di Clara Simonetti, un nuovo racconto sul tema “Essere Architetto oggi”: questa volta è il turno di Barbara Olivieri, Alumna Polimi Architettura 1994.
Curiosando nella community, ci eravamo soffermati sul suo profilo e ci aveva colpito il suo blog dal titolo “NON SOLO UN ARCHITETTO”. Un titolo molto attuale per descrivere la flessibilità e la poliedricità dell’Architetto del 2014 che affronta la professione in modo liquido, adattandosi al mercato in continuo cambiamento.
L’abbiamo subito contattata per avere il suo punto di vista sulla professione oggi ed è nata questa storia:

barbara_olivieri2“Mi sono laureata in Architettura nel luglio del 1994 nell’allora neo-nato indirizzo Strutturale, al quale ero approdata dopo che – ahimé – mi ero resa conto che io e il design, e la progettazione architettonica in senso puro, non andavamo molto d’accordo. E che funzionavo meglio là, dove la logica e la razionalità, regnavano sovrane.

E proprio questa scelta è stata forse la chiave di volta che mi ha portato un po’ di fortuna nel trovare un lavoro, dopo qualche mese dalla laurea: iniziai la mia professione in un piccolo studio tecnico dove ebbi la fortuna di lavorare fianco-a-fianco con un Geometra che mi insegnò moltissimo, applicando il metodo “ti butto in piscina e vedo se sai nuotare”! Servì moltissimo: furono 3 anni, dove ebbi modo di confrontarmi con un lavoro sul campo tra cantieri, pratiche comunali, condoni, progettazione…

Ricordo ancora con un sorriso la frase che mi disse questo geometra, quando feci il colloquio: “Ho visto che ha un bel 20 in Storia dell’Architettura. Vuol dire che non le piace studiare!”. Una provocazione paradossale.

Poi – dopo un anno di collaborazioni varie – approdai in una Società di Ingegneria di medie dimensioni, attiva nella progettazione degli impianti (dove lavoro tutt’ora).

Anche qui ho avuto la fortuna di entrare in un ambiente che mi ha dato la possibilità di crescere molto e di affrontare la professione da tutti i punti di vista: dalla progettazione vera e propria, alla direzione lavori, al coordinamento di progetto.

Ed ora – guardandomi indietro e non nascondendo di avere avuto lungo il percorso momenti di ripensamento – mi sono resa conto che la scelta, l’opportunità, di lavorare in ambienti piccoli, mi ha permesso di sviluppare la flessibilità (operativa).

Una caratteristica che ritengo oggi più che mai fondamentale.

Magari quando ci sei dentro, sei immerso e sballottato nel flusso degli eventi e ti arrabattati per restare a galla, non ti accorgi. Ma dopo un po’, dopo che sei anche un pochino maturato, ti rendi cosa che quella cosa (quella flessibilità che hai imparato ed affinato inconsapevolmente) ti ha portato qui, dove sei adesso.

Se dovessi individuare un primo insegnamento sarebbe fortemente pragmatico: non disdegnare piccole realtà lavorative. Lì si può imparare a fare tante cose, a vedere molte cose, da un punto di vista privilegiato.

E oggi, visto che il mondo è sempre più liquido, mobile e confuso, si esplorano anche nuovi campi.

Sette anni fa entro in contatto con il mondo della formazione e del coaching per questioni personali, ed inizio ad intravedere qualcosa di nuovo frequentando corsi e leggendo libri. Un lungo percorso fatto di sperimentazioni di varie identità, di riflessioni, di tentativi-ed-errori. Senza mai abbandonare la società nella quale lavoro (quante discussioni con i miei amici sulla mia idiosincrasia verso i salti nel vuoto, senza rete!).

Ed inizia un quasi inconsapevole processo di contaminazione di interessi, alla ricerca di nuovi modi di vivere la professione.

Non dico sia un percorso privo di difficoltà. Ma trattandosi di esplorazione, le difficoltà fanno parte del copione.

Quindi, se dovessi trarre un secondo insegnamento dalla strada fatta sino ad oggi è: non fermarsi nel percorso di formazione e ricerca. Perché è vero che gli studi universitari ti danno una direzione. Ma tu sei anche altro: sei una persona fatta di interessi, di hobby e di identità.

E proprio questi hobby, questi interessi, possono essere la manifestazione di altre strade e altri sbocchi. Che possono anche paradossalmente contribuire ad arricchire la propria professione ed i propri studi accademici. In uno scambio e contaminazione reciproci, sviluppando così una sorta di flessibilità mentale.

Ecco il perché del motto del piccolo blog che curo a mo’ di diario personale, da qualche anno: “Non Solo Un Architetto”. Un motto che vuole riassumere la ricerca costante, per non annoiarsi, per non impigrirsi, per esplorare e per continuare a cercare, con curiosità e divertimento.

Perché se ti leghi ad un qualcosa di troppo preciso, forse rischi di chiuderti possibili strade da esplorare, portando con te il bagaglio di esperienze accademiche. Mi rendo conto che tutto questo può sembrare un po’ confuso.

Se si dovesse riassumere tutto questo in tre parole, potrei dire:

  • Esperienza (data dal tuo percorso di studio)
  • Trasversalità (esplorazione di campi diversi)
  • Curiosità (data dal continuare a seguire quello che piace a te)

Nel frattempo continuo il mio percorso di sperimentazione.

Iniziando ad incrociare lo studio dell’Architettura, con le nuove forme di espressione e comunicazione (blog e social network) e con le proprie passioni (la lettura dei libri).

Tenendo tutto questo fortemente interlacciato.”

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